LA GIUSTIZIA...

...VISTA DAL CORRIDOIO!

Ho lavorato per 13 anni come perito trascrittore per il Tribunale Penale di Roma. Da quella posizione la giustizia si percepisce in una maniera assai particolare, non da profano assoluto, ma nemmeno da addetto ai lavori. Se poi sei una persona, che come me, viene da un paese della Lucania, di quelli dove si viene educati all’onestà ed alla serietà, (in certo sud sono quelli i valori assoluti) beh si comprende come la percezione di quello che ti circonda assume contorni particolari. Ero lì, messa di fronte a fatti ed eventi, ascoltavo, osservavo… e giudicavo. Insomma mi mettevo nei difficili panni di chi, alla fine doveva tirare le somme e decretare la ragione e il torto. I primi tempi ero terrorizzata da quelle decisioni, il dubbio aveva sempre il sopravvento su tutto. Non di rado mi veniva in mente la splendida canzone di De Andrè “Un Giudice”. Mentre ascoltavo le testimonianze e le versioni degli imputati e delle parti offese, tutto mi sembrava semplice e chiaro, quasi banale per quanto l’evidenza di un fatto apparisse chiara, ma poi, al momento di giudicare, beh non avrei mai scambiato il mio ruolo con quello di chi doveva prendersi quella responsabilità, che poi è la responsabilità di chi sa che la sua decisione cambia la vita di uomo. E’ paradossale come tutto mi sembrava chiaro e scontato un attimo prima, per farsi contorto, indefinito al momento di mettere nero su bianco. Sono stata in passato molto intransigente, con gli anni ho smussato un po' . Ricordo, e le ricorderanno anche i numerosi giudici con cui ho lavorato, le mie facce alla lettura delle sentenze. Spesso esprimevano disappunto, delusione… e siccome ero stata anche educata a dire quello che penso, beh lo dicevo, senza troppi giri di parole, suscitando alle volte anche una certa ilarità. Io, semplice trascrittore che mi permettevo di dissentire o addirittura contraddire la decisione di un Giudice! Ma qualcuno iniziò a guardarmi con maggiore attenzione e iniziò a pensare: “questa ragazza, che ricorda tutto, che segue con attenzione, e che a volte ci suggerisce anche dei dettagli a noi sfuggiti, segno che segue e ricorda i processi, anche più di noi… beh forse va ascoltata e non derisa per questa sua un po' patetica rivendicazione”. E così, cominciarono a guardarmi con occhi diversi, quando dissentivo su alcune loro decisioni, o meglio, quando chiedevo spiegazioni del perché di una condanna o di una assoluzione. Quello che in fondo rivendicavo era il diritto del cittadino onesto a rimanere tale. Mi spiego meglio, se sono onesto, vorrei poterlo rimanere e vorrei essere fiero della mia onestà; insomma vorrei che il mio essere onesto mi porti più avanti di chi non lo è, che mi faccia avere opportunità maggiori ed anche più rispetto. Concetto semplice no? Ecco, se io cittadino onesto constato che, chi non lo è, non paga pegno, anche quando viene scoperto, beh c’è qualcosa che non torna. Non è giustizialismo, è senso della giustizia, che mi pare cosa assai diversa. Insomma la legge per me, andava applicata tenendo presente questo semplice concetto: ho agito in modo da indurre l’onesto a rimanere tale? Spesso mi capitava di rimanere assai delusa. Con gli anni, le mie conoscenze del Codice di Procedura Penale e del Codice Penale si sono fatte più corpose, anzi mi sono letteralmente “intrippata”, ed ho studiato la procedura, perché spesso alle mie domande mi si opponeva la risposta: “abbiamo fatto quello che prevede il codice… lo so, lei ha ragione, ma la legge è così… e non ci consente di… etc etc”. Sono laureata in Scienze Politiche, facoltà che scelsi, invece di Giurisprudenza, perché la ritenevo di più ampio respiro; volevo fare studi che mi aprissero la mente e mi consentissero di guardare un fatto da più prospettive. Era questa mia formazione, oltre alla mia educazione, che non mi consentiva di accettare per buone quelle giustificazioni. Ritenevo assurdo che ci potesse essere una verità solo “processuale”. Dio quanto ho odiato questa definizione. Che vuol dire?! Io devo essere condannato o assolto non per la verità vera, ma per la verità processuale! E come si forma la verità processuale? Perché alcune informazioni concorrono a formarla ed altre no? Chi ha deciso che il deposito di un documento un giorno prima o un giorno dopo possa cambiare la storia di un processo? E soprattutto è giusto che una mera operazione materiale e pratica debba condizionare le sorti di un processo?! Lo trovavo assurdo. Ma fra le cose che meno sopportavo ve n’era un’altra, quella di non poter porre alcune domande ai testimoni o agli imputati, perché “non inerenti ai fatti”. Ma come fa a non essere inerente al fatto chi sei, da dove vieni, perché ti sei comportato in quel modo, cosa c’è dietro un certo rapporto da cui è scaturito l’esercizio dell’azione penale? Dal mio punto di vista, un medesimo fatto, affinché si possa parlare di giustizia vera, non può essere giudicato allo stesso modo, se a commetterlo sono persone diverse, con storie diverse, e motivazioni diverse. Esiste, in diritto, il concetto di giustizia del caso singolo, no? E allora perché non applicarlo nel vero senso della parola? Mi si rispondeva: “infatti è per questo che ci sono le attenuanti e le aggravanti, proprio perché si considera la persona e le circostanze nelle quali i fatti sono stati commessi”. Eh no, ma se tu non gli rivolgi alcune domande, perché le reputi “non inerenti ai fatti” come fai a sapere come sono andate veramente le cose?! E giù discussioni. Insomma ero diventata un caso, una terribile rompiballe. Il mio sogno era quello di diventare una giornalista, avevo delle piccole collaborazioni che naturalmente non mi consentivano di vivere, e quindi per vivere lavoravo lì in Tribunale, ma il piglio del cronista e dell’osservatore non mi mancavano, e così, spessissimo, mentre ascoltavo le testimonianze in aula, se c’era qualcosa che non mi sembrava chiara, nel senso che il discorso non mi quadrava, beh, uscivo fuori nei corridoi, e parlando con i parenti e con le “persone informate sui fatti”, cercavo la verità, quella vera, non quella che processualmente poteva e doveva emergere, ma tutta per intero. Insomma facevo il mio vero mestiere, o meglio, quello che sentivo e sento più mio, la giornalista. Indagavo, chiedevo, cercavo di capire e di sapere. La maggior parte delle volte ci riuscivo, perché il mio approccio era morbido, mai invasivo; la mia era curiosità umana, per giunta avvolta da quell’aurea di serietà e bontà che evidentemente mi si leggeva in faccia, e quindi la gente si fidava e si confidava con me. Tornavo in aula pregna di alcune verità che lì, in quel posto sacro non sarebbero mai entrate, e mi sentivo forte di quelle conoscenze, perché gli sfoghi e le confidenze che raccoglievo fuori, mi rendevano consapevole di quanto quella commedia che si stava consumando su quei banchi, poco avesse a che fare con quello che invece realmente accaduto. Sapete come andava a finire? Che il Giudice dopo aver letto solennemente la sua decisione, quella scritta sulla base della ormai nota verità processuale, mi si avvicinava e diceva: “Luigi’ mo’ me lo racconti che ti hanno detto fuori? Adesso puoi farlo.”

Luigina Dinnella