Quel valigione jurassico

Il mio primo interrogatorio lo registrai nel 1997, Casa Circondariale di Rossano Calabro.

Come ogni mia esperienza in questa professione, anche quella “prima volta” fu senza affiancamento. E’ sempre stata una mia caratteristica caratteriale, imparare sa solo. Anzi una volta mi venne affiancato uno che doveva saperne più di me, doveva insegnarmi le macro per la trascrizione e alla fine gli insegnai come si creavano i modelli con tutte le macro (giuramento del teste o del perito, eccetera).

Ricordo era una sabato di luglio, faceva caldo, con la mia Panda blu 750 mi recai a Rossano Calabro. Non c’era l’aria condizionata, l’interrogatorio era alle 12.00, ora di convocazione ma come sempre accade (e sfido chiunque a smentirmi) era sempre un fuso orario diverso rispetto a magistrato e cancelliere. Insomma, con i bei 38 gradi di allora arrivò l’auto blu alle 12.45.

Classica domanda “Aspetta da molto lei?”. “Appena un’ora!”. Dopo le scuse dovute comunque ad impegni di giustizia che potevano starci, l’autista apre il cofano e mi chiama “Prendi questa!”. Un valigione, potenziale causa di ernia del disco. Pensai “Mi hai fregato adesso, la prossima volta te la porti tu!”. Interrogatorio al piano superiore senza ascensore. Mentre trascinavo letteralmente la valigia che diventava sempre più pensate, pensavo “E se mi scivola adesso e si rompe chi la paga?”.

Arrivati alla saletta, calda (altro che stare al fresco) con finestra sigillata per motivi di sicurezza, apro “La cassetta del tesoro”. Un intreccio di fili, quattro microfonini. Un altoparlante, una RT analogico cassetta incorporata. Niente trascrible! Attacco la presa, ma manca sempre qualcosa. Il riduttore. La guardia giurata ne procura uno. Finalmente faccio il mio esordio. Schiaccio il pulsante che diventa rosso e subito un fischio assordante. Il volume della cassa era al massimo. Una volta sistemato il volume della cassa, mi accorgo che c’era un rumore come di frittura. Quasi tutte le valigie avevano un microfono che emetteva un forte fruscio (la frittura appunto), uno che non funzionava proprio e due che andavano bene. Quindi un microfono indagato e avvocato, l’altro il magistrato e il Pubblico Ministero quando raramente presiedeva. Registrazione pessima, rumore di puleggia assordante. Le alternative dopo la registrazione erano due: o traslare il contenuto su cassettine, con  i più svariati spinotti e attacchi artigianali “fai da te” ( e ne avevo fatto tanti) oppure trascrivere con quell’altro mausoleo di mini RT con apposita pedaliera, sempre farraginoso da usare.

Ma finalmente arriviamo al 2000. Con un collega ci mettiamo in proprio, la prima spesa che gli “impongo” un registratore digitale. E così a fine 2000, all’allora Eldo, acquistai un Olympus DSS 2000, un registratore digitale che aveva in dotazione un software che da allora sto usando per le trascrizioni, con backspace regolabile da 0.3 secondi a 3 secondi, e che si può usare sia con pedaliera (mai usata con questo programma) che senza usando il tasto F4 per trascrivere e ogni volta che si schiaccia va in pausa tornando indietro con il backspace, del tempo impostato in precedenza.

Dal quel momento la valigia è un optional che personalmente non considero più, entro con questo registratore che pesa appena 80 grammi, con una autonomia di 8 ore, e con una qualità in wave a 44 Hz stereo. Alta qualità quindi, niente più rumori di puleggia, niente più frittura e niente più difficoltà a trascrivere. Con un microfono incorporato omnidirezionale che anche a due metri sembra di parlare a pochi centimetri. 11 anni fa avevo imposto la registrazione digitale e chiunque voleva la prova registrata, depositavo un supporto digitale, ovvero un CD. Per le registrazioni un po’ complesse acquistai il Minidisc con quattro microfoni. Qualità ottima, un po’ una perdita di tempo poiché andava riversato in tempo reale il contenuto della registrazione, mentre con il registratore digitale al massimo 15 secondi e tutto è già pronto.

La valigia è un ricordo ormai jurassico, ma quanta fatica e quante liti per trasportarla.

Francesco Cellini