Tele-lavoro o ufficio fuori casa, cosa è meglio?

di Tiziana Menichini (stenotipista)

Ecco la mia esperienza: ho cominciato da giovanissima venti anni fa come stenotipista al Consiglio Comunale di Napoli. Ho trascorso molte ore a lavorare a Palazzo San Giacomo nella bellissima Sala dei Baroni dove al centro di tutti suscitavo inevitabile curiosità per il lavoro che svolgevo. Le attenzioni che ricevevo erano sia da parte di dirigenti che supervisionavano il mio elaborato, affinché non commettessi errori, sia da parte di chi si premurava di farmi avere un caffè, una dolce caramella, un cornetto. Fino ad arrivare alla famosa “seduta fiume”, durata 70 ore consecutive, per cui io e le mie colleghe ci organizzammo con turni anche notturni. Era l’approvazione del bilancio, dove l’opposizione faceva ostruzionismo sfrenato presentando “quintalate” di emendamenti, e poi c’erano delle nomine da fare, quindi votazioni; il Presidente nel mentre leggeva le schede con i nomi di coloro che avevano ricevuto i voti, oltre Diego Armando Maradona, Cicciolina e San Gennaro, d’improvviso pronunciò con mio stupore la frase: “La stenotipista con i capelli rossi!” ero io… Un simpatico modo per fare schede nulle e non bianche. Dopo questa esperienza napoletana il lavoro mi ha chiamata al nord Italia. Sono andata dapprima a Bologna, dove ho iniziato la mia “carriera” presso i tribunali, le preture, le corti d’appello e le corti d’assisi. Poi sono stata trasferita nella città di Padova da cui spesso partivo per il “profondo nord”, fino ad arrivare in un paesino di nome Cles situato sulle montagne innevate del Trentino, e lì di nuovo per trascrivere il consiglio comunale. La mia professione mi ha fatto viaggiare tanto e grazie ad essa ho conosciuto molti luoghi e svariate persone e ogni esperienza e conoscenza ha avuto un fascino diverso che mi ha lasciato dentro indimenticabili ricordi. Il rapporto che ho instaurato con i colleghi, sia stenotipisti sia fonici, erano di odio-amore a seconda del modus operandi che avevano. Presenziare in tribunale quando venivo affiancata dal fonico che, accanto all’impianto di registrazione dell’aula di udienza, mi supportava e dava tranquillità in quanto non dimenticava di girare la cassettina, di riavviare la registrazione dopo ogni pausa, di provvedere a richiamare le parti del processo che intervenivano fuori microfono e che, volenteroso, si precipitava a reperire i nomi stranieri o sconosciuti. Avere un collaboratore a tutti gli effetti contribuiva a farmi stare serena e concentrata solo sulla mia macchinetta, dovevo pensare solo a scrivere ciò che sentivo e a null’altro. Molto bella e formativa anche l’esperienza della verbalizzazione in tempo reale dei Consigli, dove il lavoro veniva diviso tra diversi stenotipisti. Si creava un clima di forte collaborazione e sinergia dovendo lavorare bene e velocemente. Il mio look era differente a seconda del luogo e del clima, ma ho sempre preferito vestirmi in modo comodo e adeguato, mai in tailleur in quanto è uno stile che non amo particolarmente. Ho sempre vissuto in appartamenti che ho diviso con altre colleghe “vagabonde” come me. Uscivo poco e avevo molto tempo da dedicare al lavoro. Mi pagavano bene compreso gli straordinari, per cui in previsione del matrimonio ci tenevo ad accumulare risparmi. Il mio allora fidanzato oggi marito era a Napoli.  L’arrivo all’altare quindi ha coinciso col mio rientro a Napoli dove mi è stata data la possibilità di continuare col tele-lavoro per tre settimane al mese più una settimana in trasferta. Quando ho avuto la mia prima bimba all’inizio ho cercato di continuare a lavorare in questo modo, facendo anche una trasferta formato “family” a Belluno, la mia piccola aveva già nove mesi,  e lì ho capito che i tempi di lavoro dei tribunali non erano adatti a chi come me svolgeva anche il ruolo di mamma. Seppure l’ultima esperienza in trasferta è stata meravigliosa con essa presi coscienza che ormai non ero più una ragazzina che al rientro a casa era libera di fare tutto ciò che voleva. Il tele-lavoro a quel punto era l’unica strada percorribile se volevo continuare ad esercitare la mia professione e così l’ho svolto per molti anni. Lavorare a casa è diverso, manca tantissimo il rapporto umano e non si possono vivere le avventure/disavventure che ho sopra menzionato, ma con una famiglia sulle spalle per me è stato l’ideale. E’ importante sapersi organizzare bene tra le mura domestiche. Io purtroppo non ci sono sempre riuscita e spesso mi sono ritrovata a non staccare mai, a lavorare tra un bucato e una pentola che bolle e ho fatto bruciare non so quanti sughi, nonostante il ragù napoletano richieda lunghi tempi di cottura! Chi si prepara a svolgere la propria professione in tele-lavoro dovrebbe riservarsi una stanza della propria abitazione a mo di ufficio a tutti gli effetti, auto-organizzare il proprio orario lavorativo e anche vestirsi e prepararsi come se si andasse a lavorare fuori casa. Iniziare in pigiama a mio avviso sarebbe assolutamente da evitare! Quindi “entrare in ufficio” e svolgere le ore lavorative che ci si è prefissati, con pause e tutto il resto, e di conseguenza organizzare le faccende domestiche e i pasti come se si uscisse di casa. Oggi coi tempi di consegna sempre stretti e il fatto che per guadagnare bisogna produrre tanto a causa dei prezzi in forte ribasso, col tele-lavoro si rischia di lavorare a tutte le ore, notte compresa, in pigiama, con l’influenza, e durante il weekend nel caso ci fossero da recuperare “ore perse” per vari imprevisti, vuoi una malattia di un familiare, vuoi una commissione da fare che non avevi preventivato. Per concludere posso dire che la mia prima esperienza in tele-lavoro è stata ottima, da dipendente a tutti gli effetti ho usufruito di tutti i vantaggi possibili soprattutto durante la prima gravidanza che è stata a rischio, mentre durante la seconda, fortunatamente senza problemi, ho lavorato serenamente fino all’ottavo mese di gestazione. Per me oggi ragionando da donna/mamma l’organizzazione ideale del mio lavoro sarebbe da dipendente suddiviso in tre giorni come tele-lavoro e due da svolgere in ufficio fuori casa. 

 

IL TELE-LAVORO

di Laura Dominicis

Telelavoro: un sogno, per molti, finché non ti si presenta il rovescio della medaglia. 

Il mio approccio al rapporto quotidiano esclusivo lavoro/casa è stato alquanto graduale.

Iniziai come fonica-trascrittrice di procedimenti penali. Arrivavo la mattina in tribunale, vestita in modo… okay, mai indossato tailleur, l’atmosfera era decisamente informale sotto questo punto di vista. Diciamo vestita con cura ma sempre sportiva, ecco. Si registravano le udienze, ovviamente, ma prima, durante e dopo c’era la parte “sociale” del lavoro, le chiacchierate, le risate, i discorsi con le persone con le quali condividevo tutte quelle ore in tribunale, tutto ciò che poi mi è venuto a mancare quando, gradualmente, sono passata al puro e semplice telelavoro.

All’inizio ho trovato il “cambio” conveniente. Niente più viaggi di un’ora in macchina, niente ansia da orario, niente responsabilità sulla registrazione, niente “so quando parto ma non so a che ora torno a casa”. Piano piano dovevo convincermi sempre di più della “razionale” bontà di tali elementi: emotivamente però soffrivo il fatto di lavorare sempre in solitudine. “Tanto devo lavora’”, e così davvero arrivavo all’ora di pranzo che ero ancora in pigiama. E’ chiaro che c’erano dei lati positivi visto che potevo organizzarmi il lavoro a piacimento (anche se devo ammettere che bisogna avere delle grosse capacità “manageriali” se si è caotici di natura!), avevo abbattuto i costi degli spostamenti, l’unica scadenza da rispettare era quella della consegna. Mi mancava tanto il rapporto con i colleghi, dallo scambio di opinioni alle battute, dai consigli al caffè al bar; in breve, mi mancava l’aspetto puramente “sociale” del lavoro. E’ passato del tempo e ora sto vivendo una sorta di “riassunto” delle precedenti esperienze: lavoro la mattina in una città caotica e nel pomeriggio telelavoro da casa. Credo che sia un connubio perfetto. O quasi…

 

Che lavoro fai?

di Cinzia Ciprì

“Che lavoro fai?”, “Sono un trascrittore”, “E dove lavori?”, “Da casa”. Seguono due secondi di silenzio e poi l’entusiasmo esplode nel tuo interlocutore: “Ma è magnifico! Che fortuna che hai! D’altronde, con quattro figli, non potresti fare diversamente.”

Chissà chi ha messo in giro questa bufala: lavorare da casa = lavorare meno e meglio?

Stupidaggini! La sveglia al mattino è puntata alle 6.30: nemmeno se dovessi andare a lavorare in un’altra città! La corsa  contro il tempo per preparare i figli, dare da mangiare al cane, ai gatti, dare una parvenza di dignità a quella che, una volta, si chiamava “casa”, piazzarsi davanti al pc, collegarsi al database aziendale, verificare il “padulo” giornaliero, con scadenza immediata, e, poi, esultare “Mio Dio! Cinque ore e sono per domani!”. Chi non lo ha provato una volta almeno, non potrà capirlo mai.

Certo - diciamocelo - il vantaggio c’è: non puoi presentarti in pigiamone con gli orsetti (d’inverno) o in costume da bagno (d’estate) nel luogo di lavoro (figurarsi se quel luogo è un’aula di tribunale!); non puoi, come faccio io, denudare il piede destro per pigiare sul pedale per far scorrere il brano da trascrivere (Giudice - Ma cos’è questa puzza di caciocavallo stagionato?

Trascrittore - Ehm…); non puoi puntarti la stufetta contro e usare lo scaldino (made in China) come poggiaschiena; non hai il marito che ti porta il caffè alla postazione di lavoro; ecc ecc.

Ma sono già le 8.30. Ho lanciato il gatto giù dalla tastiera e allontanato il cane da sotto l’ascella: sono pronta a iniziare a lavorare.