A chi affidiamo le intercettazioni?  

 

Il romanzo La Cacciatrice di Bugie racconta la vita di un perito fonico forense fiorentino. Fatta di sacrifici e casi delicatissimi. Ma a quale prezzo?

Uno dei mestieri più delicati ed importanti per la società civile, ovvero ascoltare, trascrivere e valutare le intercettazioni di sconvolgenti casi di cronaca, mafia e terrorismo, in Italia è una professione mal pagata, precaria, senza un ordine professionale a tutela né percorsi formativi.

In Toscana, come in tutte le regioni, ascoltare i dialoghi di pericolosi latitanti o colletti bianchi corrotti, allo scopo di consegnarli alla Giustizia, è un lavoraccio da 32€ al giorno. Lordi.

 

Chi se ne occupa non è tutelato da alcun albo professionale, e può succedere che le persone a cui i tribunali affidano l’ascolto delle ‘vite degli altri’ abbiano alle spalle percorsi di studio che vanno dalla licenza media al Ph.D.

 

E’ il libro di una professionista fiorentina, Alessandra Monasta, a riportare sulle pagine dei quotidiani, e sulla bocca dei lettori, la professione di perito fonico forense. Alessandra Monasta si è «occupata delle trascrizioni di intercettazioni ambientali e telefoniche e di interrogatori per molti processi, diversi dei quali di rilevanza mediatica nazionale: tra gli altri, il processo del mostro di Firenze, la strage dei Georgofili, la strage di Erba, processi di mafia e narcotraffico internazionale». E’ lei stessa, nel corso della storia, a descrivere quanto sia arduo svolgere un lavoro in cui non esistono orari e festività e che metterebbe a dura prova la resistenza emotiva di chiunque. Una professione che esige, a fronte di ore e ore di ascolto, un margine di errore pari a zero. 

Ma chi sono questi “cacciatori di bugie” che, come Alessandra Monasta, non lesinano sacrifici personali pur di assicurare alla giustizia i criminali? E come vengono trattati dalla legislazione?

 

LAVORARE PER 32€ AL GIORNO

 

Nel 2002 sono stati adeguati alla nuova valuta i compensi spettanti ai periti per le operazioni eseguite su disposizione dell’autorità giudiziaria in materia civile e penale (fermi, prima di allora, al 1980), «nella misura di euro 14,68 per la prima vacazione e di euro 8,15 per ciascuna delle vacazioni successive». Se una vacazione equivale ad un’unità di tempo di due ore, la legge comanda che «il giudice non può liquidare più di quattro vacazioni al giorno per ciascun incarico».

 

I conti sono presto fatti. Lavorando otto ore si arriva a percepire in media 32€ a giornata (circa 4€/l’ora lordi).

 

E’ di Luciano Romito, prof. Associato di Fonetica e Fonologia, Fonetica Sperimentale e Linguistica Generale all’Univ. della Calabria e Coord. Nazionale del Gruppo di Fonetica Forense (GFF), la denuncia più vibrante.

«Le persone vengono chiamate sulla scorta di non si sa quale interesse. Una volta per poter lavorare per il tribunale era necessario essere dipendente dello Stato: la vacazione era quindi intesa come uno straordinario che andava ad aggiungersi ad uno stipendio. Oggi questa vacazione è identica a prima, nonostante chi svolga questo mestiere non lavori più nel pubblico impiego, ma sia un privato», ha spiegato Romito, che da tempo si batte per un riconoscimento istituzionale e scientifico della professione. «Secondo il codice solo chi lavora nel pubblico impiego può fare il perito, mentre dal Ministero delle Finanze l’indicazione è che sia necessario avere una partita IVA. C’è un’incoerenza di fondo, e quindi il concetto di vacazione da extra è andato a coincidere con quello di onorario».

 

«E’ la metà di quanto prende una badante, ma con una richiesta di responsabilità maggiore: in tribunale il perito infatti può indirizzare le sentenze anche solo attribuendo un nome ad un parlatore anonimo».

 

Romito aggiunge che i clienti privati hanno grosse disponibilità economiche e possono permettersi di chiamare i migliori periti in circolazione. «Chi resta e lavora nel pubblico o ha una forte motivazione di attaccamento verso lo Stato, o è una persona che il settore privato non vuole… che il mercato non vuole. Quindi gente incompetente, alle prime armi o che deve fare esperienza».

 

E così nelle stesse aule di tribunale si trovano a confrontarsi professionisti pagati anche 500 € al giorno, da privati, e periti che percepiscono 32 € lordi. Ma solo dopo parecchi mesi.

 

Come si vive con 32€ lordi al giorno? L’abbiamo chiesto a Marco Zonaro, perito fonico del Tribunale Penale di Roma, che in questo estratto fornisce una panoramica sulla lunghezza e la complessità del tipo di lavoro richiesto dai tribunali.

Se nella Gazzetta Ufficiale n. 182 del 5 agosto 2002 si legge che ogni triennio «può essere adeguata la misura degli onorari fissi, variabili o a vacazione spettanti a periti, consulenti tecnici, interpreti, e traduttori, in relazione alla variazione, accertata dall’ISTAT dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati verificatesi nel triennio precedente», l’esperienza dice che le retribuzioni sono ancora ferme a 14 anni fa. Ovvero al 2002.

 

Lo conferma il perito fonico trascrittore fiorentino Emanuela Bonaccini, che opera nel settore da quasi 30 anni, aggiungendo sconsolata: «credo che gli extracomunitari che raccattano pomodori in Puglia guadagnino di più».

 

Per vivere facendo questo mestiere è necessario accumulare più incarichi, ci rivelano i periti intervistati, arrivando anche a 4–5 contemporaneamente, e lavorare ben più di otto ore al giorno.

«Si vive male, e bisogna arrangiarsi con altri lavori in ambito giudiziario», dice Francesco Cellini, perito trascrittore in ambito forense originario di Cosenza. «Io per esempio prendo anche consigli comunali (registrazione e trascrizione di interventi in aula consiliare, stenotipia, etc. ndr). Non si diventa ricchi, e i pagamenti non sono mai puntuali».

«Nonostante sia un mestiere da fame, tutti quanti se lo tengono stretto come se fosse il lavoro della vita. […] A volte avrei voglia di mollare con i tribunali, ma poi faccio un passo indietro pensando che al mio posto possa arrivare qualcun altro che non sa lavorare, e allora vado avanti».

 

Trovandosi ad accumulare più incarichi e più lavori in contemporanea, il perito può, a norma di legge, «nominare collaboratori o ausiliari per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e valutazioni. (art. 228 cpp)». La legge tuttavia vieta al collaboratore l’ascolto delle conversazioni, e la responsabilità è in ultima analisi quella del perito, che firma e si assume la paternità del proprio lavoro.

 

Non mancano tuttavia casi, denunciano sia Cellini che Romito, di periti che subappaltano in maniera fraudolenta anche il delicato lavoro di ascolto e trascrizione ai propri collaboratori, dalle incerte qualifiche professionali, per ovviare alla grande mole di lavoro da smaltire.

 

La mancata valorizzazione professionale di queste imprescindibili figure, che gettano le fondamenta di processi penali delicati, anche in terra di clan, può far sì che si arrivi a casi di corruzione per cifre risibili, come racconta un’inchiesta di Repubblica citando il caso del perito trascrittore Roberto Crocitta, procura di Palmi, comprato per meno di 500€.

 

«Una parola trascritta bene o trascritta male può ribaltare un’ipotesi d’accusa, può fare la differenza tra condanna o assoluzione», commenta la giornalista Usky Emilia Audino.

 

UNA PROFESSIONE PER CUI NON ESISTE UNA SCUOLA

Il già citato professor Luciano Romito, uno dei massimi esperti italiani nel settore, scriveva in uno studio datato 2007 che «l’intercettazione è oggi diventata una tra le più importanti e usate tecniche investigative ma di contro non esiste una figura professionale pronta, preparata e riconosciuta per assolvere questo compito».

In Italia, paese dove si intercetta il doppio rispetto a Francia, Germania e Regno Unito messi assieme per via dell’endemico tasso di criminalità, «non esiste neppure un percorso formativo universitario o professionale che possa creare competenza; inoltre è assolutamente assente qualunque attenzione da parte dello Stato o delle Istituzioni al problema. Questo “vuoto” è spesso facile preda di pseudo-periti e pseudo-esperti con pseudo-metodi e per chiunque appartenga al fantasioso popolo di poeti, sognatori e navigatori».

Scrive infatti nel suo libro Alessandra Monasta (la quale ha preferito non rilasciare dichiarazioni su questo tema) che «per questo lavoro non esistono scuole ufficiali, si viene scelti» (pag. 22).

Il collega Marco Zonaro racconta di aver intrapreso la professione partendo da «un’estrazione elettronica» e dopo un’esperienza nell’ambito della balistica forense»; il perito fonico Cellini ricorda invece di aver iniziato «nel ’92 per bisogno, mosso anche dalla passione per i computer», mentre la signora Bonaccini parla di “gavetta” a cui è stata aggiunta, nel corso degli anni, “tanta formazione professionale”.

«Il laureato di ingegneria conosce tutto sul suono ma niente di fonetica. Il laureato in lettere e fonetica può sapere tutto sulla linguistica, ma nulla suoi suoni. Il laureato in psicologia, invece, conosce il processo di percezione uditiva, ma gli mancano altre competenze», analizza Bonaccini. «Ognuno di noi entra con la sua specializzazione e va poi a compensare la propria formazione di base. Ma io so che per questo lavoro vengono chiamate anche persone che non hanno una formazione di base».

 

In questa confusa nebulosa di figure professionali, profili, competenze, abilità reali o presunte, spesso il criterio di scelta del perito è quello tutto italiano della conoscenza. Il cancelliere poco sa delle reali competenze di chi si candida al ruolo, e così va avanti la persona “di cui si sa che ci si può fidare”.

 

Le vie per giungere alla stessa meta sono quindi tante, variegate e tutto fuorché univoche. Non esiste una scuola per formare i professionisti che intercetteranno mafiosi o terroristi, e i titoli posseduti dai periti variano anch’essi: ne abbiamo con laurea in Economia, in Statistica, in Medicina, in Lettere, in Ingegneria, in Giurisprudenza o con il diploma di Conservatorio Musicale.

«Poco più del 50% è in possesso di competenze attestate (laurea ed altro) mentre il restante 50% risulta avere piuttosto competenze ‘acquisite sul campo’», scrive l’esperto Vincenzo Galatà, in collaborazione con Luciano Romito, nella ricerca Speaker Recognition: Stato dell’Arte in Italia, Valutazione dei Corpora, dei Metodi e delle Professionalità Coinvolte. La ricerca conferma anche come la prassi comunemente adottata per la nomina di un perito sia legata al passaparola o al rapporto di fiducia, quindi non al titolo posseduto o all’età.

 

SENZA TUTELE, SENZA ORDINE

In Italia, paese in cui nessuno sa con certezza quanti sono i periti fonici in circolazione nelle aule di giustizia, esistono due tipi di albo: uno custodito presso il Tribunale Civile, chiamato Albo dei consulenti tecnici, e il secondo custodito presso il Tribunale Penale, chiamato Albo dei periti.

«Ma l’elenco delle competenze previste all’interno di essi non prevede la figura di perito fonico o linguistico o simile e che l’art. 67 disp. att. c.p.p. prevede la possibilità di nomina di un perito non iscritto all’Albo […] Ne consegue che il ricorso all’Albo ai fini della nomina non è obbligatorio», si legge nella ricerca di Romito e Galatà, che puntualizzano come, nonostante in Italia il capitolo di spesa alla voce “intercettazioni di comunicazioni ambientali e telefoniche” sia elevatissimo, «non esiste, allo stato attuale, né un protocollo certificato sulle operazioni peritali da fare, né corsi professionalizzanti, né un Albo professionale».

Fatto, questo, confermato dal sig. Zonaro («non esiste a monte una formazione o un progetto didattico, né scuole specializzate»). Secondo il perito Bonaccini:

«Siamo veramente dei cani sciolti: uno vorrebbe mangiare l’altro, c’è poca collaborazione tra di noi perché non ci sono delle regole. Ognuno tende a nascondere la sua professionalità, perché magari non ce l’ha. Un ordine professionale riuscirebbe a stabilire tutto questo forse in maniera migliore».

 

«Non avere un albo», aggiunge infine il professor Romito, «vuol dire innanzitutto che esistono differenze metodologie enormi: ciò che per un tribunale è una prova sicura al 100%, non viene ritenuta scientifica da un altro. Non esiste un metodo unico». Così facendo, mentre all’estero il perito lo fa un accademico, basandosi su una bibliografia condivisa, in Italia si arriva al paradosso che «il giudice fa da perito dei periti, pronunciandosi sulla scientificità di un metodo con competenze che è impossibile per lui possedere».

I livelli di stress non solo psicologico, ma anche emotivo rimangono tuttavia altissimi. Racconta il libro della Monasta che un giorno, durante un’udienza, Totò Riina si rivolse direttamente a lei, con tanto di nome e cognome, spaventandola con un «la signorina si è degnata di venire a farci visita, vedo».

Nonostante la palese intimidazione, la decisione, nel lontano 1993, fu quella di “continuare per la mia strada”, con “coraggio e determinazione”. Le due qualità a cui i periti fonici si appigliano quotidianamente per ergersi dal quel limbo istituzionale che, ormai da tempo, li avvolge.

L’immobilismo da parte delle autorità, però, va solo a discapito della collettività, e l’impreparazione (non accertata da un albo) di chi ascolta le intercettazioni va a ledere in primis l’imputato, o la parte lesa in un procedimento.

L’articolo del quotidiano spagnolo ABC sul clamoroso caso di scambio di persona dovuto ad una erronea perizia fonica

Parliamo, nella maggior parte, di casi di persone comuni comeÓscar Sánchez, lava macchine catalano rinchiuso in una affollata cella di Poggioreale per circa due anni a seguito di una perizia fonica sbagliata che lo aveva ‘inchiodato’.

Dentro sarebbe dovuto finire invece un capo clan uruguaiano, Marcelo Roberto Marin, balbuziente. Ci hanno pensato dei giornalisti a scoprire l’errore, mettendo a confronto la voce del padrino uruguaiano con quella del malcapitato, che avrebbe avuto davanti a sé altri 12 anni di inferno da scontare.

 

Estratto da 

https://medium.com/@lillomontalto/a-chi-affidiamo-le-intercettazioni-629b40915da5#.64pji0ri0

di Lillo Montalto